mercoledì 7 maggio 2014

Pensieri-incidenti o Quello che Tutti Sanno (ma che nessuno dice)

In realtà non sono triste. Forse è sbagliato dire così, non vuol dire niente, significa quel che significa solo per convenzione. La parola triste è una scatola vuota infiocchettata come il più bel regalo mai ricevuto. Tanto per restare ancora più delusi, una volta aperta. Ecco, è proprio lì il nervo scoperto, il taglio che non smette mai di sanguinare: come si fa a comunicare davvero? Mi aggiro in punta di piedi in un cimitero di parole dalle ali spezzate. Sono parole morte soffocate, un po' come quelle che vorrei tirare fuori adesso dal groviglio dei miei pensieri. E invece niente. Più tiro e più quelli si annodano. D'altra parte lo sanno tutti che agitarsi non serve niente.   


Vorrei evitare di fare rumore. Non mi è mai piaciuto essere invadente. E forse questo fa di me un caso disperato per quanto riguarda le relazioni, ormai conosco così bene la nostalgia che ho imparato a ospitarla, lasciandola dormire tranquilla. Forse è colpa mia, l'ho viziata troppo. Ho smesso di pensare che ci sia qualcosa di sbagliato, però. Immagino che anche gli altri trovino difficile guardarsi allo specchio, ogni tanto. 


Sto ancora pensando alla parole triste; è sottovalutata e sopravvalutata. Non riesco a decidermi. 
Ho paura di chi si prende troppo sul serio ma ho paura anche di chi non prende abbastanza sul serio gli altri. Ho paura di chi misura tutto. Ho paura di coloro che amano appiccicarsi addosso ogni tipo di etichetta.


Non esiste nessuna possibilità che due persone riescano a comprendersi davvero. Non si può condividere in modo totale uno sguardo, fosse anche quello di chi ci conosce di più. So che queste frasi si rifletteranno negli occhi di persone diverse e che produrranno effetti diversi. È un caleidoscopio di possibilità, è il mio cimitero di parole.




























La Storia Infinita. Mi è tornata in mente a causa del numero spropositato di volte che ho visto quel film da piccola. Non sono certa che io fossi in grado di capirlo davvero ma mi affascinava e mi spaventava, il massimo dell'attrazione, quindi. Ogni volta avrei voluto razionalizzare il concetto di NULLA e ogni volta non potevo. Noi non siamo fatti per percepire il vuoto totale, anche se è l'assenza a modellare la presenza. Come si può, quindi, immaginare il NULLA se il nostro cervello deve per forza articolare le idee in pensieri attraverso il linguaggio? Paradossale.
Tornando al film, per sconfiggere il NULLA e salvare Fantàsia Bastian deve immaginare e desiderare. Guarda un po'. Pensare a qualcosa come mezzo per rendere reale quel qualcosa. Adesso mi sembra così ovvio... Ecco perché non riguarderei mai quel film, non riuscirei a restarne succube di nuovo: sono ossessionata dalle spiegazioni. Mi piacerebbe essere ancora capace di guardare attraverso i miei occhi di molti anni fa, rispettando l'insensatezza del mistero.



Sono giunta alla conclusione che il NULLA non si vede e non si sente - va beh, ovvio. Striscia attorno a noi senza farsi notare. Ce ne accorgiamo, forse, nel momento in cui vaghiamo soli nelle paludi della nostra disperazione, senza esserne mai del tutto consapevoli. Quando ci si sente come se l'universo intero pesasse sulle nostre spalle. E non ci si può sentire più soli di così in un mondo che va cancellandosi. Anche io, in parte cancellata, potrei sparire. E quando succede, per gradi, è difficile che qualcuno se ne accorga. L'abitudine è un nemico subdolo, complicato da sconfiggere proprio perché non sappiamo riconoscerlo in tempo. È dappertutto, è il vento che soffia e fa tintinnare gli scaccia pensieri difettosi della nostra anima.




Queste fotografie non sono state scattate pensando a quello che ho scritto. Lo percepivamo, forse, vagamente, tutti lo abbiamo provato (tutti quelli che sono capaci di sentire, almeno). 

Ci si sente potenti quando si tenta di dare volto a qualcosa di invisibile. Ma anche molto tristi (sono affezionata al mio pacchetto vuoto, lo ammetto): se tutto è rappresentazione, se siamo fatti di pensieri e immagini, se la percezione è solo inganno, se l'incomunicabilità è un muro invalicabile... il terreno delle domande scomode è scivoloso, peggio, è un campo minato. Qualcuno guarderà queste foto e non ci vedrà assolutamente niente; potrebbero anche fargli schifo (e ne avrebbe tutto il diritto). Altri ci costruiranno sopra la propria Storia, o una Storia qualsiasi. È così che funziona, comunque: sono soltanto storie... 

martedì 25 marzo 2014






SPLEEN, Baudelaire

Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull'anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte
Riversa un giorno nero più triste della notte;

Quando la terra cambia in un'umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce
Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso, 

Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

- E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera. 


martedì 18 marzo 2014

Il tè dei nostri auspici

Il Bistrot del Tempo Ritrovato.
Tempo Ritrovato. Un ossimoro esagerato, ritrovare qualcosa che non resta mai fermo.

A chi non piacerebbe sedersi in un luogo tranquillo dalle pareti tappezzate di libri e le luci soffuse, a ritrovare il tempo perduto nel caos della propria vita?
Chi non si è mai pentito, chi non ha mai avuto un rimpianto sul tempo ormai lontano?
Forse c'è una speranza. Alla Ricerca del Tempo Perduto, come direbbe una vecchia conoscenza.
Passare qualche ora con un vecchio amico. O chiedere scusa. Lasciar entrare la musica di un pianoforte. Leggere i titoli di libri sconosciuti.

È incredibile l'atmosfera che si respira qui dentro. Come se ogni dispiacere scaduto, parola non detta, preoccupazione contratta senza motivo, piccolo dolore quotidiano, fossero chiusi fuori, vaganti per le strade grigie e umide di Milano. Quello che rimane dentro è il conforto di vivere qualche ora per se stessi. Un posto nascosto e introvabile, di quelli in cui ci si imbatte per caso e si decide di entrare perché si deve. Voglio dire, uno trova un posto del genere e cosa fa, non ci entra? Qualunque sia la cosa che ci spinge qua e là nel mondo, mi piace pensare che un incontro abbia sempre la sua dose di ragione dietro.

Se dovessi dare un colore a questo posto, sarebbe l'arancio. Un contrasto totale con il clima di fine gennaio che pervade la città. C'è quasi buio dentro. I tavoli, le lampade, le sedie, sono tutti diversi tra loro. Alcuni tavoli sono molto grandi, condivisi da sconosciuti che leggono giornali. Alcuni clienti sono soli, bevono caffè. Due fratelli sorseggiano vino bianco e con loro c'è anche un grosso pastore tedesco, seduto calmo accanto a un lato del tavolo. Non c'è confusione e nemmeno quel silenzio imposto tipico delle biblioteche o delle sale d'aspetto, solo un'estrema tranquillità.

Capita di svegliarsi un giorno e sentirsi tristi. Quei giorni in cui vengono a galla tutte le angosce che vorremo poter cancellare o chiudere in un angolo della nostra vita, aspettando che si dissolvano. Non importa che siano grandi o piccole, quando emergono sono tutte ugualmente incontrollabili. Il Tempo Ritrovato è per tutti quelli che un giorno si svegliano e si sentono tristi. Ma anche per quelli che si svegliano e si sentono felici. Ritrovare un po' di tempo è ricucire i pezzi delle cose strappate in passato. Forse non torneranno più come prima, ma non importa: come prima non ha significato, io non sono come prima, niente e nessuno è come prima. Forse è questo il senso del tempo ritrovato: riprendere qualcosa che nel frattempo è cambiato e accorgersi che in realtà non è poi così male. Forse ritrovare non vuol dire ricominciare da un punto preciso, ma solo ricominciare. Forse ritrovare è accettare il cambiamento e, in generale, accettarsi.

- Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita...non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della Madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovò più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. - 
Marcel Proust